L’Italia rischia di avere troppa energia?

Le rivelazioni di WikiLeaks sulle inquietudini americane di fronte agli accordi Roma-Mosca per South Stream, il gasdotto che dovrebbe trasportare in Italia il gas russo, hanno rilanciato il dibattito sulle dipendenza energetica del nostro paese dall’estero e sui modi per contenerla. South Stream, si sostiene, è una leva cruciale per allentare, grazie al metano che mette a disposizione, la nostra dipendenza energetica. Se si fanno i conti, però, il risultato è paradossale: nell’ansia di assicurarsi risorse affidabili, l’Italia rischia di nuotare, presto, in un mare di energia superflua. A meno di non compiere, fin d’ora, quando gli investimenti vengono programmati, scelte delicate e difficili.Attualmente l’Italia consuma, ogni anno, 320-330 terawattore di elettricità (ogni terawatt corrisponde ad un milione di megawattore). Il grosso di questa elettricità viene dalle centrali a gas: ogni anno importiamo 30-35 miliardi di metri cubi di metano da destinare a queste centrali. Entra in scena il piano nucleare del governo. Se tutte le centrali atomiche previste (almeno otto) venissero realizzate, poiché ognuna produce circa 12 terawattore l’anno, disporremmo di un centinaio di terawattore in più. Servono questi cento terawattore? Forse sì, forse no, probabilmente sì, ma non è chiaro quando. La Terna, che gestisce la distribuzione dell’elettricità in Italia, stima che, al 2020, i consumi italiani oscilleranno fra i 370 e i 410 terawattore. Molti giudicano queste previsioni ottimistiche. I parametri fondamentali per le proiezioni dei futuri consumi sono, infatti, il ritmo di sviluppo economico e i risparmi che può generare una maggiore efficienza nell’uso di energia. La Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, che giudica irrealistico, sulla base dell’esperienza storica, un ritmo di sviluppo annuo dell’economia italiana superiore all’1,5% l’anno, come stima la Terna, pensa che ai 400 terawattore si arriverà, forse, solo nel 2030. L’Enea, che punta molto sull’efficienza, allontana questo traguardo al 2050. Supponiamo, per fare una media, che i 400 terawattore di consumi vengano raggiunti dopo il 2030, quando il piano nucleare dovrebbe essere, in larga misura, già realizzato. Avremmo 300 terawattore prodotti come oggi (ammesso che non ci sia anche un boom delle rinnovabili) e 100 con il nucleare. Tutto bene, apparentemente. Però, bisognerebbe spiegarlo a chi, in questo momento, sta investendo o pensa di investire in South Stream e nelle altre infrastrutture, progettate per portare più gas in Italia. E lo sta facendo in grande, moltiplicando gasdotti e rigassificatori. Se tutti i progetti in corso andassero in porto, l’Italia si troverebbe a disporre di una marea di metano. Cominciamo dai rigassificatori. Rovigo (Edison) 8 miliardi di metri cubi. Livorno (Iren e i tedeschi di E. On) 3,7-4,7 miliardi di metri cubi. Porto Empedocle (Enel) 8 miliardi di metri cubi. Trieste (Gaz Natural) 8 miliardi di metri cubi. Panigaglia (Eni) 8 miliardi di metri cubi. Solo con i rigassificatori siamo a 35 miliardi di metri cubi, circa. Senza contare gli ulteriori impianti programmati e per i quali c’è già stata l’autorizzazione. E, poi, ci sono i gasdotti in progettazione. Il Galsi (dall’Algeria, Sonatrach, Enel) 8 miliardi di metri cubi, il Turchia-Grecia-Italia (Edison) 11 miliardi di metri cubi. Fino al gasdotto gigante South Stream Eni-Gazprom-Edf), previsto per oltre 60 miliardi di metri cubi, anche se, probabilmente, solo 20-25 miliardi destinati all’Italia. Più o meno, sono 70-80 miliardi di metri cubi di gas che si renderebbero disponibili nei prossimi anni. Non tutti i progetti andranno in porto. Alcuni sostituiranno altre forniture correnti di gas. Il metano viene usato anche dalle industrie e per il riscaldamento delle case. Quelle cifre si riferiscono alle potenzialità massime: rigassificatori e gasdotti possono essere utilizzate solo per una parte della capacità, anche se c’è un minimo, oltre il quale i profitti attesi diventano perdite. Tuttavia, anche se si considerano questi fattori, visto che, per produrre i famosi 100 terawattore di elettricità, bastano 16 miliardi di metri cubi di metano, lo scontro gas-nucleare appare inevitabile. L’Italia avrà bisogno di 100 terawattore di elettricità e se ne vedrebbe offerti 200: 100 dal nucleare e almeno altrettanti dal metano. Scegliere non sarà facile e le rinunce saranno dolorose. Ma, probabilmente, inevitabili, che si tratti di rigassificatori, di South Stream o di altri gasdotti, di centrali atomiche. Altrimenti, uno dei due contendenti, metano o atomo, al momento di offrire la propria produzione, si troverà fuori mercato e il flop potrebbe rivelarsi insostenibile per le aziende coinvolte. Gli interessi in ballo, infatti, sono enormi. L’Enel, e chi altro si imbarcherà nell’avventura nucleare, deve decidere, ora, se investire circa 50 miliardi di euro per la realizzazione di centrali che entreranno in funzione fra 10-20 anni. Ma anche le infrastrutture del gas non costano poco: solo per South Stream, la spesa ufficialmente prevista da Eni e Gazprom supera i 15 miliardi di euro e, secondo gli esperti, oscilla, in realtà, trattandosi di un gasdotto, in larga parte, sottomarino, fra i 19 e i 24 miliardi di euro, quasi il triplo del concorrente Nabucco, che corre tutto via terra. Anche gli affari del gas sono grossi: per avere un’idea, il fatturato che, oggi, realizza l’Eni nel settore metano è di oltre 30 miliardi di euro l’anno.

Fonte: www.repubblica.it

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