Conciliare il piatto con il serbatoio: Il settore nutri-energetics

È possibile conciliare le esigenze alimentari dei paesi emergenti con le esigenze energetiche dei paesi industrializzati? Il Nobel Muhammad Yunus e Lester Brown più volte hanno ribadito la dicotomia tra piatto e serbatoio dell’auto. Un quesito epocale che fino a qualche anno fa sarebbe stato addirittura impossibile formulare: ma grazie a sviluppi tecnologici di portata rivoluzionaria, un’ipotesi avveniristica s’è trasformata di recente in una sfida possibile. Sfida che sta spingendo l’industria – anche quella petrolifera – a rinnovarsi.

Uno dei settori che si sta impegnando alla ricerca di risposte è quello della nutri-energetics, dove convergono gli interessi delle industrie nutraceutica (combinazione di ‘nutrizionale’ e ‘farmaceutica’), alimentare, biotecnologica e di quella delle energie rinnovabili. Questo nuovo compartimento industriale fa già sognare gli operatori economici e i guru dell’innovazione: si ipotizza un superamento dello sfruttamento delle derrate alimentari per la produzione dei biocarburanti e si ipotizza di trasformare le biomasse di scarto dell’industria energetica e i rifiuti dell’industria alimentare, in prodotti nutraceuticali dalle caratteristiche curative, in proteine per l’alimentazione umana o animale e in fertilizzanti biologici. Per adesso si tratta di esperienze pilota dal valore finanziario difficilmente quantificabile, ma non per questo sono meno significative, vista anche la crescente importanza dell’industria nutraceutica (entro il 2015 si stima possa raggiungere i 250 miliardi di dollari di fatturato). Un rapporto del Wall Street Journal lo considera uno dei settori che svolgeranno un ruolo trainante nel nuovo modello di sviluppo ecocompatibile e rinnovabile, al quale puntano i paesi avanzati in questo periodo di recessione.

A cogliere l’importanza di queste innovazioni sono aziende multinazionali come l’olandese DSM o la BP Alternative Energy Ventures, che hanno annunciato un finanziamento alla Verdezyne, uno dei leader del settore, per cominciare a produrre acido adipico – composto usato tra l’altro anche per produrre lubrificanti industriali e moquette – dalla fermentazione della biomassa di rifiuto generata producendo etanolo. Lo stesso prodotto si ottiene tradizionalmente dalla raffinazione del petrolio. Un’altra esperienza è quella della brasiliana Amyris, anche lei nel settore dei biocarburanti, che dalla biomassa di scarto dei suoi distillati ha deciso di estrarre farnesene, un isomero che può essere usato come base per cosmetici biologici e che in natura viene sintetizzato come anti parassitario da alcune specie di patate. Simili anche le esperienze delle statunitensi Aurora Algae e la Cellana. Le due aziende, che operano nel settore dei biocarburanti ricavati dalle alghe, dai loro scarti estraggono nutraceuticali che possono essere usati come integratori dietetici e cibo per l’acquacultura, mentre l’italiana AgrOils Technologies (settore biodisel) ha sviluppato, in collaborazione con la Creagri, un metodo per l’estrazione di principi biologici attivi dalle scorie di una pianta tropicale – la Jatropha curca – che gli rimangono per le mani dopo averne estratto gli oli per la produzione di biocarburanti. Inoltre se mentre prima del trattamento le scorie erano tossiche, dopo la lavorazione della AgrOils esse diventano utilizzabili per produrre proteine per l’alimentazione umana ed animale.

Secondo Heather Youngs, analista bioenergetica dello Energy Bioscience Institute della Berkeley University, si tratta di un trend destinato a durare: “È un buon metodo per risolvere il problema della gestione dei rifiuti, uno dei problemi più pressanti e costosi di quest’industria”, ha affermato la Young. “Quei sottoprodotti – continua – hanno una profittabilità maggiore del biodiesel che invece tende a produrre profitti molto bassi, sopratutto tenendo conto del fatto che l’industria dei integratori dietetici e quella cosmetica sono costantemente alla ricerca di nuovi ingredienti per creare cibi e bevande funzionali e nuovi prodotti per la cura della persona”. Anche l’industria biofarmaceutica sta puntando sui composti ricavati dai coprodotti dell’industria agricola. Un recente rapporto del bimestrale Pharma, il maggiore periodico scientifico dell’industria farmaceutica mondiale, sosteneva la validità dell’uso dell’idrossitirosolo e delle catechine – due classi di molecole che si possono estrarre dai rifiuti dell’olio d’oliva e dalla lavorazione degli scarti delle pere, delle pesche e delle mele – nella lotta ai superbatteri che stano causando la gran parte delle contaminazioni alimentari del nostro tempo, batteri che sono immuni all’uso dei normali antibiotici a largo spettro che si usano in questi casi. L’industria agricola e alimentare sono attente al problema dell’utilizzo dei coprodotti, poichè hanno a che fare con quantità crescenti e difficilmente gestibili di derivati dal loro processo produttivo.

Tratto da Repubblica Condividi Torna alla Home di EnergiaFocus.it [alert style=”white”] Prezzi Stufe a Pellet [/alert] [RSSImport display=”5″ feedurl=”http://store.energiafocus.it/negozio/categoria-prodotto/energia-da-biomassa/stufe-a-pellet/feed”] [alert style=”white”] [/alert]

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