COP21: i 43 Stati del Climate Vulnerable Forum fanno la prima mossa

aaa Un simile traguardo presuppone una serie di altri impegni, come quello delle emissioni zero entro metà secolo (il picco dovrebbe avvenire intorno al 2020) e una produzione energetica 100% rinnovabile al 2050. Questi target sono ben più ambiziosi di quelli sul tavolo della COP21, e non verranno accettati facilmente dai Paesi ricchi, restii all’idea di promuovere trasformazioni poderose della propria economia. Un’altra richiesta pesante del Climate Vulnerable Forum è l’inclusione di un meccanismo internazionale in grado di affrontare le perdite e i danni (loos & damage) che il climate change provoca alle nazioni più deboli. Questo è un punto critico nei negoziati, perché i Paesi ricchi temono di essere costretti a pagare il conto per i danni permanenti causati dai cambiamenti climatici che sono, principalmente, il risultato della loro industrializzazione selvaggia. Il gruppo dei 43 Stati più vulnerabili rivendica anche la necessità di formalizzare l’impegno a raggiungere i 100 miliardi di finanziamenti climatici entro il 2020, toccando l’ennesimo nervo scoperto della trattativa. Il CVF (Climate Vulnerable Froum) preme in particolare per una equa suddivisione dei fondi tra mitigazione (riduzione delle emissioni) e adattamento (misure per far fronte agli eventi meteorologici estremi). Il ministro degli Esteri del Costa Rica, Manuel Gonzalez, ha affermato che l’esperienza del suo Paese dimostra che ridurre le emissioni potrebbe aumentare piuttosto che danneggiare la crescita economica e  che mantenere il riscaldamento globale sotto 1,5 gradi non solo garantisce sicurezza e prosperità, ma anche giustizia. Il Forum dei Paesi vulnerabili include in particolare le economie meno sviluppate e i piccoli Stati insulari, dalle Filippine al Bangladesh, dal Costa Rica all’Etiopia, fino alle Maldive.


 

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